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Banca d’Italia scontro finale

08/08/2017

Banca d’Italia scontro finale
I lavori della commissione d’inchiesta sul credito. E i giochi intorno al rinnovo della carica di governatore.
Un cocktail micidiale che rischia di far traballare l’istituto


L’Espresso ha chiesto a Consultique, società indipendente di consulenza finanziaria, di elaborare i dati delle obbligazioni subordinate emesse dal 2008 dalle sette banche finite in risoluzione o salvate dallo Stato.
Oltre a Popolare Vicenza, Veneto Banca e Mps, ci sono Popolare Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti, liquidate a fine 2015. Considerando i titoli censiti dall’agenzia Bloomberg con un taglio minimo acquistabile da un risparmiatore, fino a 10 mila euro, ne viene una sequenza di ben 21 titoli, per un totale di 3,7 miliardi di euro. Perché così tanti? Spiega Patrizio Basile, analista senior di Consultique: «La crisi del 2008 ha generato alle banche grosse difficoltà per raccogliere fondi. Il mercato istituzionale era praticamente bloccato; se volevano finanziarsi sul mercato dei capitali le banche, quando ci riuscivano, trovavano finanziamenti a tassi esorbitanti, corrispondenti al rischio che il sistema riconosceva. Per rastrellare fondi hanno incrementato la raccolta dalla clientela al dettaglio, collocando obbligazioni di propria emissione».

Tra le obbligazioni, quelle subordinate hanno per il cliente uno svantaggio: in caso di dissesto, vengono rimborsate solo dopo che sono stati soddisfatti tutti gli altri creditori. Sono titoli in qualche misura a metà strada fra le obbligazioni normali e le azioni, perché i compratori partecipano al rischio d’impresa. Continua Basile: «Proprio la contiguità alle azioni fa sì che le obbligazioni subordinate rientrino nel “patrimonio di vigilanza”, uno degli indicatori che gli ispettori utilizzano per la valutazione della solidità degli istituti e della loro capacità di sostenere stress di mercato. Collocare obbligazioni subordinate alla clientela retail negli anni immediatamente dopo lo scoppio della crisi, e anche oltre, ha permesso alle banche di raccogliere risorse equiparabili alle azioni, a rendimenti contenuti e più bassi rispetto a quelli che i grandi investitori avrebbero richiesto per lo stesso tipo di titoli».

Anche qui, nel proliferare delle vendite di titoli che sembravano simili ai Btp dello Stato e erano invece “quasi azioni”, più rischiose, il sospetto è che la Banca d’Italia possa aver privilegiato l’interesse delle banche, che per mettersi in regola avevano bisogno di capitali. A vigilare sul fatto che quei titoli fossero venduti a persone consapevoli dei rischi che correvano, avrebbe dovuto poi essere la Consob, in una distinzione formale di ruoli che non ha aiutato i clienti a salvarsi dal patatrac. Ecco: uscire dalle ambiguità che caratterizzano questi processi potrebbe essere un risultato notevole.

Il caso delle obbligazioni subordinate è molto sentito, perché si tratta di titoli su cui le nuove regole europee hanno avuto un impatto fortissimo. Da quando nel 2014 è entrato in vigore il “burden sharing”, infatti, se la banca va in dissesto lo Stato non può più farsi carico di rimborsarle agli acquirenti. La Banca d’Italia è stata accusata di essersi detta contraria tardivamente al “bail-in”, come si chiama la procedura che completa il “burden sharing” e che è in vigore dal 2016. Per difendersi, Visco ha fatto mettere sul web un documento del marzo 2013 nel quale la delegazione italiana al Consiglio europeo - di cui la Banca d’Italia faceva parte - chiedeva di escludere i titoli collocati in precedenza all’entrata in vigore del “bailin” e di prevedere un periodo transitorio per dar modo alle banche di prepararsi. Non fu fatto nulla di tutto questo, e sarebbe interessante capire chi, fra governo e Banca d’Italia, in quella primavera di trattative decise di rinunciare alla richiesta e in cambio di quali altre concessioni. Ma il punto è un altro, come argomenta l’economista Angelo Baglioni in un interessante libro dal titolo “Banche di nebbia”. La nuova normativa europea, in linea di principio, ha un senso, perché i salvataggi pubblici possono essere molto costosi per i contribuenti.
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