Corriere Economia: Risparmi, 4 idee per metterli in sicurezza

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Corriere Economia: Risparmi, 4 idee per metterli in sicurezza

RISPARMI, 4 IDEE PER METTERLI IN SICUREZZA
RISPARMI, 4 IDEE PER METTERLI IN SICUREZZA
Dai titoli tedeschi, con tasso di interesse negativo, ai salvadanai digitali, passando per le assicurazioni e le opzioni per investire sui metalli preziosi: viaggio tra gli investimenti rifugio.

È davvero l’inizio della risalita, dopo quattro settimane di agonia, o sarà quello che gli operatori anglosassoni chiamano il rimbalzo del gatto morto? Nessuno lo sa. Di certo l’intervento delle banche centrali –pronte a mettere in campo una potenza di fuoco potenzialmente senza limiti – e il maxi-stimolo fiscale approvato dal Senato Usa per oltre 2.000 miliardi di dollari hanno tamponato, almeno per qualche seduta, l’emorragia di fiducia e capitali. Ma forse gli investitori farebbero bene a non abbassare la guardia. «La volatilità resterà elevata nell’azionario —avverte Andrea Cuturi, capo degli investimenti di Anthilia sgr —. Per i prossimi due o tre mesi, una parte importante del portafoglio andrebbe destinata ad asset sicuri».
I classici beni rifugio —biglietto verde, oro, titoli del Tesoro Usa, Bund tedesco—restano un porto sicuro affidabile cui ancorare il portafoglio? Una delle prime cose che insegnano a chi inizia a lavorare sui mercati finanziari, ricorda Cuturi, è “Don’t fight the Fed”, non metterti contro la Federal Reserve. Le misure espansive senza precedenti annunciate dal governatore Jerome Powell per sostenere l’economia e rassicurare le Borse «rafforzano l’idea che il biglietto verde e i titoli del Tesoro americano siano un rifugio sicuro», argomenta il capo degli investimenti. Non a caso il dollar index, che esprime l’andamento della divisa americana rispetto a un paniere di valute straniere, ha guadagnato circa 4 punti percentuali nelle ultime tre settimane. D’altra parte, i rendimenti della curva americana, benché vicini a zero, almeno non sono negativi.
LA PROBLEMATICA
Un altro vecchio adagio che viene spesso ricordato nelle sale operative, specialmente nei momenti di massima tensione, è “Cash is the king”, il denaro è re. Ovvero: quando le cose si mettono male, la liquidità è il posto migliore dove rintanarsi. «Oggi non è sempre vero, però», avverte Cuturi, secondo cui il parcheggio temporaneo nella liquidità ha senso soltanto se non ha costi elevati. Seguendo questo ragionamento, i rendimenti negativi del Bund, storico baluardo della sicurezza in Europa, suggerirebbero un po’ di cautela. «Il Bund va inteso come una copertura assicurativa, va bene per chi immagina uno scenario negativo estremo», spiega Giuseppe Romano, capo dell’ufficio studi della società di consulenza indipendente Consultique SCF.
Un’alternativa è il classico conto di deposito. In media, su somme vincolate a 12 mesi, offre una remunerazione dello 0,8%. Ma l’impegno a restate investiti per un certo periodo di tempo – pena la rinuncia agli interessi maturati – rende questa soluzione inadatta a chi interpreta il posizionamento nella liquidità come una soluzione tattica, in attesa di rientrare sui mercati.
E l’oro? Qualcuno potrebbe storcere il naso, dopo aver visto le quotazioni del metallo giallo capitolare — oltre 10 punti percentuali in dieci giorni, tra il 9 e il 19 di marzo — prima di mettere a segno un poderoso rimbalzo.
Ma quella discesa, proprio nel momento di massimo stress sui mercati, è l’effetto di un grave, ma temporaneo, malfunzionamento dei mercati, rimasti a secco di liquidità: «Dovendo far fronte a un’ondata di richieste di riscatto e per l’innesco di meccanismi di liquidazione forzata attivati da sistemi interni di controllo del rischio, alcuni operatori hanno ceduto ciò che era vendibile in tempi rapidi: azioni, ma anche oro e Btp», spiega Cuturi. Un fattore tecnico che amplifica i movimenti al ribasso, in fasi di panico, ma si risolve rapidamente.
Dopo lo scivolone, infatti, l’oro è tornato a fare il suo mestiere, guadagnando oltre 10 punti percentuali in cinque sedute. In attesa di maggiore chiarezza sulla curva del contagio a livello globale e sulla persistenza della recessione, meglio stare al riparo.

BUND: L’AFFIDABILITÀ SI PAGA CARA
In Europa, specialmente dalla crisi dei debiti del 2011-2012, nessuna classe di attivo ha saputo esprimere meglio del Bund tedesco, emblema della solidità finanziaria della Germania, il concetto di massima sicurezza. In fasi di forte tensione, infatti, i governativi teutonici tendono ad apprezzarsi. Ma l’idea che siano una classe di attivo «risk free», cioè a rischio zero, andrebbe argomentata. Per effetto delle politiche monetarie ultra-espansive, infatti, i tassi sono scesi al punto che per ritrovare un rendimento a scadenza con il segno più sul governativo tedesco bisogna spingersi su scadenze attorno ai 25 anni.
Non solo. Ritorni così bassi, senza cedole che facciano da «cuscinetto» in caso di rapide oscillazioni dei prezzi, possono generare importanti perdite in conto capitale quando la propensione al rischio aumenta e gli investitori abbandonano i porti sicuri. Il problema della volatilità si risolve tenendoli fino a scadenza. Ma bisogna comunque mettere in conto una perdita dello 0,4% sulla scadenza decennale, più l’inflazione.
Comprare Bund equivale in buona sostanza ad acquistare una copertura assicurativa contro il verificarsi di scenari molto avversi. Per esempio, una recessione ben più lunga e profonda di quanto il mercato attualmente stia scontando. O il riaccendersi di nuovi focolai di tensione sulla sostenibilità del debito dei Paesi periferici.
In generale, «i titoli del Tesoro americano rappresentano un’alternativa più interessante», osserva Giuseppe Romano (Consultique SCF). Espongono al rischio di cambio, che tuttavia può giocare a favore, visto che il biglietto verde, a sua volta, si rafforza in momenti di incertezza. E i Btp? «Non vanno intesi come porto sicuro, ma possono trovare spazio in un portafoglio difensivo per due motivi», osserva Andrea Cuturi, capo degli investimenti di Anthilia sgr: «il rendimentodell’1,2% sulla scadenza decennale ha una sua valenza in uno scenario di tassi negativi. E poi esiste una specie di “garanzia” implicita: il sistema finanziario mondiale semplicemente non può permettersi che il debito dell’Italia torni sotto stress. A maggior ragione in questa situazione».

CONTI DI DEPOSITO: PARCHEGGI FRUTTIFERI QUASI ALL’1%
Il conto corrente o di deposito è un rifugio rassicurante in tempo di forti saliscendi. Le somme in giacenza sono garantite dal fondo interbancario di tutela dei depositi fino a 100mila euro per depositante. Significa che se il conto è intestato, la soglia vale per ciascun intestatario. Occorre però una premessa: uscire dall’investimento dopo un crollo di borsa per trovare pace nel cash è la peggiore decisione che si possa prendere perché equivale a cristallizzare le perdite subite e preclude la possibilità di cavalcare il successivo rimbalzo.
Detto questo, secondo un’analisi fatta da l’Economia del Corriere su 17 banche che propongono il conto deposito, in media gli istituti di credito censiti offrono una remunerazione lorda pari all’0,8% sulle somme vincolate a 12 mesi, fino a un massimo dell’1,5%. La media scende a 0,6% sulle scadenze semestrali. Bisogna fare bene i conti: gli interessi maturati subiscono una ritenuta del 26% e si paga anche il bollo annuo dello 0,2% sul patrimonio investito.
Il deposito vincolato non è la scelta giusta, in ogni caso, se si vuole utilizzare la liquidità come parcheggio tattico, temporaneamente, in attesa che si presentino sui mercati condizioni più favorevoli: disinvestire prima della scadenza prevista significa rinunciare agli interessi, anche quelli già maturati. E in alcuni casi non è proprio possibile sciogliere il vincolo anzitempo.
Un’alternativa può essere il conto in valuta, tipicamente in dollari americani. In questo caso si prende una scommessa sull’apprezzamento del biglietto verde rispetto all’euro. Può essere ragionevole, visto che in momenti di forte incertezza la divisa americana tende ad apprezzarsi. Anche in questo caso, però, non è la soluzione più efficiente se l’obiettivo è prendere una pausa dai mercati in attesa di farvi rapidamente ritorno. In questo caso un’alternativa può essere rappresentata dagli ETF monetari, fondi passivi quotati che investono in titoli a breve o brevissimo termine, europei o americani. Il patrimonio è separato rispetto a quello delle società emittente. In questo caso bisogna mettere in conto una commissione di gestione nell’ordine dello 0,10%, più le spese di transazione.

POLIZZE: MASSIMA STABILITÀ, OCCHIO AI COSTI
«In questa fase di mercato, le polizze vita rivalutabili possono assumere le caratteristiche di un bene rifugio», osserva Giuseppe Romano, direttore dell’ufficio studi di Consultique SCF. Questi contratti assicurativi sono agganciati a una gestione separata — così definita perché il patrimonio dei fondi nei quali confluiscono i premi dei sottoscrittori è separato da quello della compagnia, e non risente della volatilità per effetto di un meccanismo contabile: in base alle norme vigenti, gli strumenti finanziari in pancia alla gestione —prevalentemente titoli di Stato italiani o emissioni societarie — sono valorizzati al prezzo d’acquisto, fino a quando non vengono venduti. In questo modo, le polizze vita di ramo I non risentono delle oscillazioni dei prezzi. Il risultato è una forte stabilità dei rendimenti. Molte polizze rivalutabili, inoltre, beneficiano di una garanzia sul capitale e del consolidamento dei risultati: i rendimenti, anno dopo anno, si sommano al capitale assicurato, che non può mai diminuire. «Di fatto è come avere un conto di deposito», osserva Romano. E con rendimenti di tutto rispetto: in media, spiega, il ritorno annuo è attorno al 3% lordo. Le commissioni di gestione possono oscillare tra lo 0,5% e l’1,5%, spiega l’esperto. Poi ci sono le tasse: il prelievo fiscale — pari al 12,5% sui rendimenti dei titoli di Stato e al 26% sugli altri strumenti finanziari —è posticipato al momento dell’incasso del capitale: alla scadenza naturale del contratto, oppure in caso di riscatto totale o parziale.
«Chi in passato ha sottoscritto una polizza vita rivalutabile dispone di una risorsa preziosa— commenta Romano —. Oggi le compagnie assicurative propongono mal volentieri questa soluzione. I nuovi contratti hanno condizioni un po’ penalizzanti in termini di spese e garanzia del capitale. Magari il consolidamento dei risultati non è previsto, oppure solo dopo cinque anni di permanenza».
In ogni caso, le performance delle gestioni separate sono destinate a scendere, inevitabilmente, a mano a mano che giungono a scadenza i titoli in portafoglio emessi in fasi di mercato caratterizzate da tassi più elevati, sostituiti via via da nuove obbligazioni con rendimenti molto più bassi.

ORO: RIPARARSI COI LINGOTTI «FINANZIARI»
L’oro è ancora un bene rifugio? Se lo sono chiesti in molti nel mese di marzo, vedendo le quotazioni precipitare in pochi giorni di oltre il 10%, proprio quando tutti si aspettavano che il metallo giallo potesse offrire un porto sicuro sotto la tempesta dei mercati. È stato un fenomeno transitorio, dovuto a fattori tecnici, innescati da una carenza di liquidità: per far fronte a una mole improvvisa di riscatti e non potendo disinvestire certi titoli obbligazionari ad alto rischio— per i quali il differenziale tra prezzo di acquisto e di vendita si allarga molto in fasi di stress sui mercati — molti operatori hanno venduto quello che era liquidabile velocemente: azioni, certo, ma anche oro. Superata lo choc, l’oro è subito tornato a salire, e in poche sedute ha recuperato le perdite. Insomma, anche per il Signore dei beni rifugio il virus non ha fatto sconti.
«Ma rimane uno degli asset più sicuri quando si diffonde la paura tra gli investitori», ricorda Giuseppe Romano di Consultique SCF. E secondo qualche analista, in questa fase potrebbe anche essere favorito da una temporanea carenza nell’offerta di lingotti, causata dallo stop di alcune delle maggiori raffinerie d’oro per le misure di contenimento al contagio, dalla Svizzera al Sudafrica. Lo strumento più efficiente per prendere posizione sull’oro sono gli ETC (exchange traded commodity) garantiti da oro fisico, che replicano passivamente le quotazioni della preziosa materia prima, esponendo chi li sottoscrive al rischio emittente, come nel caso dei bond.
Questi strumenti, quotati anche Piazza Affari, prevedono una commissione di gestione pari allo 0,2/0,3% l’anno, cui vanno aggiunti i costi di transazione: nell’ordine dello 0,10%, ma con differenze non marginali tra i vari intermediari. Un’alternativa ben più rischiosa è rappresentata dei fondi attivi o passivi (ETF) che investono sulle azioni del settore aurifero. In questo caso il sottostante non è rappresentato dall’oro, ma dal capitale di rischio delle società attive nel comparto estrattivo. In questo caso, l’ampiezza delle oscillazioni è molto più elevata rispetto a quelle del metallo giallo. Vale al rialzo, come al ribasso.