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30enne incerto tra cassa e fondo pensione

11/04/2016

Sono un consulente del lavoro 30enne iscritto alla relativa cassa professionale. A breve sarò assunto a tempo indeterminato presso un’azienda privata che inizierà a versare i relativi contributi Inps e dovrò scegliere se aderire ad un fondo pensionistico. So di poter restare iscritto all’albo nonostante l’attività di lavoro subordinato e, di conseguenza, continuare a versare verso la cassa previdenziale i relativi contributi. Ma in un’ottica di medio-lungo periodo finalizzata alla mia futura prestazione pensionistica, mi converrà proseguire nel versare la contribuzione alla cassa professionale (utilizzando questa forma di contribuzione come se fosse un fondo pensione) oppure cancellarmi dall’albo professionale e attivare un fondo pensione classico, magari versandoci anche la quota mensile di Tfr.
Sicuramente in un’ottica puramente economica la prima soluzione sarebbe più onerosa a seguito della contribuzione minima che comunque ogni anno occorre versare. Ed inoltre non potrei avere quella “flessibilità” che un fondo mi darebbe in ottica di eventuali necessità di liquidità.
Alessio Romagnoli
(via e-mail)


 
risponde Federica Pezzatti
f.pezzatti@ilsole24ore.com
 
La «questione previdenziale» per lei e per le nuove generazioni sarà cruciale visto che fa parte dei futuri pensionati che andranno in pensione con il metodo contributivo. La pensione dei liberi professionisti è gestita da Casse di previdenza privatizzate.
Un sistema previdenziale diverso dall’Inps. Ogni cassa ha un proprio regolamento e statuto che disciplina, in maniera autonoma, la contribuzione, i requisiti, il sistema di calcolo e le prestazioni erogate.
«A partire da gennaio 2013 i lavoratori iscritti alla Cassa di Previdenza dei Consulenti del Lavoro (Enpacl) sono soggetti all’applicazione del metodo contributivo così come già avviene per i giovani dipendenti che versano all’Inps - spiega Giuseppe Romano, consulente indipendente di Consultique -. Dunque ciò che in primis conta dal punto di vista pensionistico è l’entità della contribuzione. Per il dipendente è pari al 33% del reddito lordo (di cui circa i 2/3 a carico dell’azienda) e per i Consulenti del lavoro la contribuzione soggettiva è calcolata al 12% del reddito professionale prodotto nell’anno precedente. Tale aliquota dovrà essere applicata ad un reddito minimo di 17mila euro e fino a 95mila euro. È quindi dovuto, in ogni caso, un contributo soggettivo minimo di 2.040 euro». I versamenti sono a carico del professionista ed integralmente deducibili dal reddito. I giovani che si iscrivono all’Ente, o sono già iscritti da meno di 5 anni, con meno di 35 anni di età, versano sia il contributo minimo sia l’eccedenza ridotti al 50%, con facoltà di chiedere l’applicazione dell'aliquota intera. In merito ai requisiti nella suddetta Cassa per la vecchiaia a partire dal 2025 ci vogliono 70 anni con almeno 5 anni di contribuzione e di iscrizione.
«I fondi pensione hanno ovviamente più flessibilità in tema di anticipazioni, riscatti e libertà di versamento - fa notare Romano -, oltre l’eventuale contributo datoriale, di contro le Casse di previdenza tendenzialmente offrono prestazioni più interessanti ed articolate in quanto incorporano fisiologicamente una piena mutualità dei propri aderenti».
Nel caso in questione la cassa prevede le seguenti prestazioni: pensione di vecchiaia; pensione di vecchiaia anticipata; pensione contributiva; pensione d’invalidità; pensione d’inabilità; pensione ai superstiti indiretta e reversibile.
Quanto ai costi non ha senso confrontare i costi di gestione della cassa (che è un po’ come l’Inps) con il fondo pensione.
Se opta per il fondo pensione o il Pip faccia molto attenzione all’Isc (indicatore sintetico di costo) questa voce indica quanto pesano i costi del prodotto annualmente. Si tratta di una voce omnicomprensiva. Ogni punto percentuale in più ha un incidenza elevatissima sulla prestazione pensionistica finale.
A livello di costi di gestione quindi le due soluzioni (fondo o cassa) non sono sostanzialmente paragonabili quindi a fare la differenza sono gli obiettivi: «Se in futuro il lettore pensa di poter riprendere l’attività di consulente del lavoro, allora potrebbe avere senso puntare sulla Cassa, altrimenti no», conclude Romano.
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