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Corriere Economia: Come andare in pensione con il 90% delle retribuzione

10/02/2020

Pensione al 90% della retribuzione

Tre ipotesi che fanno i conti in tasca ad un uomo e a una donna all’inizio della carriera. Per raggiungere l’obiettivo di un’integrazione almeno del 20% all’assegno pubblico serve l’impiego del Trattamento di fine rapporto nella previdenza integrativa. E prima si parte meglio è.
In pensione saremo tutti più poveri? Probabile, almeno considerando le proiezioni attuali dei tassi di sostituzione (è la percentuale dell’ultimo stipendio che prenderemo come assegno pensionistico). Intervenendo per tempo, però, è possibile fare in modo di aumentare la rendita previdenziale, arrivando anche al 90% dell’ultima retribuzione. Per alzare l’asticella è indispensabile crearsi una pensione di secondo pilastro, la previdenza integrativa, aderendo a una delle diverse forme previste: un fondo pensione aperto, un fondo negoziale (specifico per una determinata categoria di lavoratori) o un Pip (Piano individuale pensionistico). Strumenti che offrono agevolazioni fiscali sia in fase di contribuzione (deduzione dal reddito di un importo massimo annuale di 5.164,57 euro) sia di erogazione della rendita (tassazione al 15% che può ridursi fino al 9% in base agli anni di permanenza al fondo). Inoltre, i rendimenti annuali sono soggetti a un’imposta annua del 20%, contro l’aliquota standard del 26%. Consultique ha fatto una simulazione per capire come raggiungere un tasso di sostituzione del 90%.
I casi
La prima ipotesi di partenza ha preso in considerazione un uomo, nato nel 1984, che ha iniziato a lavorare come dipendente a 35anni; nella seconda ipotesi, invece, è stato valutato il profilo di una donna, nata nel 1994, che ha iniziato a lavorare, sempre come dipendente, a 25. In entrambi i casi, è stato ipotizzato un reddito lordo annuo di 30 mila euro, con una crescita futura del 2% oltre l’inflazione, anch’essa ipotizzata al 2%. Tra le ipotesi, anche la reversibilità al 100%. Nel primo caso, l’uomo accederà al pensionamento a 67 anni di età (il requisito anagrafico va adeguato all’aspettativa della speranza di vita). L’addio alla vita lavorativa è previsto nel 2051, con una rendita pensionistica netta annua di 20.447 euro, a fronte di un ultimo reddito netto di 34.141 euro. Il tasso di sostituzione, quindi, è del 59,89%. Va un pò meglio alla signora, che, avendo iniziato a lavorare molto presto (25 anni), avrà invece un tasso di sostituzione del 72,04% (pensione netta annua di 28.647 euro contro un ultimo reddito netto di 39.766 euro). Per arrivare all’obiettivo di un tasso di sostituzione complessivo del 90%, dunque, è necessario ricorrere in entrambi i casi alla previdenza integrativa.
La soluzione
Per raggiungere l’obiettivo 90% abbiamo ipotizzato tre strade: l’adesione a un fondo aperto senza versare il Tfr in modo da avere a disposizione una sorta di tesoretto, l’adesione sempre a un fondo aperto, ma con il versamento della liquidazione e l’adesione a un fondo negoziale, ovvero di categoria. I risultati sono molto diversi a seconda dello strumento a cui si decide di aderire, e in alcuni casi si richiede un importante sforzo economico durante la vita lavorativa. Dirimente è la scelta sul Tfr: versarlo o non versarlo? Per raggiungere l’obiettivo del 90% senza fare grandi rinunce durante la vita lavorativa è necessario versare anche il trattamento di fine rapporto. A questo punto, tanto vale aderire al fondo di categoria (il versamento del Tfr è obbligatorio), così da poter beneficiare del contributo aggiuntivo del datore di lavoro (la percentuale è stabilita dallo Statuto del fondo). Se poi si sceglie il riscatto agevolato della laurea, si potrà andare prima dei 67 anni. Il costo è di 5.260 euro per ogni anno accademico, per un totale di 26.300 euro su 5 anni. Si potrà così andare in pensione a 64 anni (3 anni prima), sempre rispettando l’obiettivo di un tasso di sostituzione del 90%. Per esempio, nel caso dell’uomo 35 enne, ipotizzando di aderire al negoziale Cometa (comparto reddito), oltre al Tfr e al contributo datoriale (2%), il lavoratore dovrà versare un contributo volontario di 2.256 euro l’anno (188 euro al mese) per raggiungere il 90%; per la donna, invece, sarà sufficiente il contributo volontario minimo (1,2%) di 360 euro l’anno.
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