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Così si provvede alla terza età

10/07/2004

 - Fonte: Plus, Il Sole 24 Ore; 10/07/2004 -



Retirement Planning / Tra contributivo, retributivo e misto


Così si provvede alla terza età


Il rischio pensione è considerato al  primo posto fra le minacce percepite alla sicurezza economica delle famiglie italiane. Allo stesso tempo, i cittadini,  hanno una conoscenza sommaria del sistema previdenziale ed in modo particolare della propria posizione pensionistica.


Quasi la metà dei lavoratori non ha idea delle prestazioni che possono aspettarsi secondo le attuali regole, e mostra scarsa conoscenza circa la propria copertura pensionistica. Ai fini di una corretta pianificazione previdenziale è  importante conoscere bene la propria situazione pensionistica obbligatoria (metodo di calcolo, contributi versati, età di pensionamento) per determinare le prestazioni previdenziali che si riceveranno quando si smetterà di lavorare. Tutto ciò rappresenta il punto di partenza per quantificare il gap pensionistico e le relative risorse finanziarie da accantonare ai fini del raggiungimento del tenore di vita desiderato. Una buona conoscenza dell’offerta previdenziale complementare e le eventuali agevolazioni fiscali in essere completano il quadro informativo per evitare cattive sorprese nel proprio  futuro pensionistico.


Nelle tabelle qui a fianco sono state stimate la prestazione pensionistica Inps, il bisogno di integrazione al termine della carriera lavorativa e il risparmio necessario per raggiungere il tenore di vita desiderato di un lavoratore dipendente in base a tre profili diversi.  In tutti i profili considerati è stata applicata un’aliquota fiscale omogenea e un’ipotesi di pensionamento con 36 anni di contribuzione maturati.


Nel primo profilo  il lavoratore, nato nel 1945, è prossimo alla pensione avendo  iniziato l’attività lavorativa nel 1970. In questo caso  beneficerà di una pensione calcolata ancora con il sistema retributivo, basato sostanzialmente sulla media delle ultime retribuzioni. Il profilo 3 con un inizio lavoro nel 2000 sarà soggetto al regime contributivo capitalizzando, anno per anno,  i contributi effettivamente versati al tasso medio Pil nominale degli ultimi 5 anni. Il profilo 2, metodo misto, si baserà  sul  retributivo fino al 1995 e sul contributivo per tutti i versamenti effettuati dal 1996 in poi.


Il fattore fondamentale del retirement planning è il reddito da lavoro del soggetto. Esso va considerato nell’evoluzione naturale più probabile perché incide sia sul calcolo della pensione, sia sulle disponibilità di risparmio per l’integrazione. Allo stesso modo, dato l’orizzonte temporale ampio, l’impostazione del problema senza tener conto adeguatamente dei trend di rivalutazione dei valori monetari e quindi dell’inflazione può distorcere totalmente i risultati. Quindi l’evoluzione del reddito tiene conto della stima dell’inflazione futura, degli incrementi delle retribuzioni medie e della carriera personale del soggetto, queste ultime ricavate rispettivamente da fonti Istat ed Inps. Un’analisi corretta deve tener conto del c.d. “tasso di sostituzione netto” che è dato dal rapporto tra reddito disponibile (ossia reddito al netto delle tasse) e pensione netta poichè il lavoratore ragiona sui redditi e pensioni effettivamente percepite. La differenza tra tasso di sostituzione lordo e netto può essere anche del 10% ampliandone quindi il livello del gap.


Nel profilo 1 il livello di copertura pensionistica lorda è pari al 65,8% mentre quella netta è pari al 75,2%. A parità di condizioni, nel misto, il livello di copertura netta si abbassa al 69,8% per scendere al 62,3% in regime contributivo. L’obiettivo di tenore di vita in pensione non va posto a livelli irragionevoli.


Se al lavoro parte del reddito è accantonato per la pensione e si vive con meno soldi, in pensione è illogico pretendere il 100%. Inoltre una serie di spese per trasporto, ristorazione, non sono più necessarie. Complessivamente (10% risparmio previdenziale + 5% spese reddito) il tenore adeguato in pensione  può tranquillamente attestarsi mediamente intorno all’85% dell’ultimo reddito netto ante pensione. Quindi nella prima ipotesi si giunge  ad un fabbisogno per il primo anno pari a 2087 euro, e invece di 5481 euro e 13803 euro, rispettivamente  nel secondo e terzo profilo.


Tali fabbisogni integrativi, a partire dal secondo anno, sono  calcolati in funzione del trend dell’inflazione  + 1% relativo agli incrementi dei consumi medi. Per capire l’entità della somma necessaria all’età di pensionamento, bisogna riportare in termini di capitale integrativo i fabbisogni annuali nell’orizzonte di speranza di vita. Il valore attualizzato di integrazione alla data di pensione corrisponde a 68681 euro nel primo esempio, 150518 nel secondo e 333432 nel terzo.  Il capitale espresso in termini di ultima retribuzione ci da l’entità dei bisogni.


In tabella si passa da un rapporto di 3,2 del retributivo al 5,5 per il contributivo. Incrociando le ipotesi di redditività dei versamenti (sono quelle ISVAP inflazione + 1% e inflazione + 3%) con la durata in anni di accumulo e con il capitale integrativo, multiplo dell’ultima retribuzione, si ottiene quanto bisogna destinare alla previdenza integrativa in percentuale del proprio reddito disponibile. Ad esempio in ipotesi 3,5% con multiplo 5,5 e durata in anni 20 c’è bisogno di accumulare ogni anno il 26,8% del reddito disponibile.


L’eventuale versamento del TFR contribuirebbe per circa il 10% a tal esigenza. Considerando versamenti, nella previdenza complementare, pari alla massimizzazione della deducibilità fiscale non è detto che sia coperta tutta l’integrazione necessaria. Importante inoltre che i rendimenti delle somme versate siano effettivi e non teorici facendo attenzione ai costi ed al potere d’acquisto. La previdenza complementare ed integrativa dovrebbe garantire, ai futuri pensionati, più certezze e meno rischi incontrollabili.


 

Giuseppe Romano -

Direttore ufficio Studi Consultique

 
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