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* Campi obbligatori

Sulle Big Tech anche l’Ue vuole fare ordine

22/12/2020

SULLE BIG TECH ANCHE L’UE VUOLE FARE ORDINE

Dopo l’Antitrust americano, anche Bruxelles si muove con due regolamenti che prevedono una differente regolamentazione per le imprese digitali in base alle dimensioni, con misure più restrittive per le più grandi e meno stringenti per le più piccole, tipicamente europee



Chi si è collegato questa mattina a Messenger, l’applicazione di messaggistica diretta di Facebook, avrà visualizzato il seguente messaggio: “Alcune funzioni non sono disponibili. Il motivo è che dobbiamo rispettare le nuove regole relative ai servizi di messaggistica in Europa”. Il messaggio intorno alle 12 è sparito, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando nell’universo in espansione dei Big Tech. Dopo che l‘Antitrust americano ha avviato una causa contro Facebook denunciandola di monopolio e pratiche anticoncorrenziali e chiedendo alla giustizia di obbligarla eventualmente a cedere Instagram e WhatsApp, anche l’Unione europea sta facendo le sue mosse. Il 15 dicembre sono state rese pubbliche le bozze del Digital Market Act (DMA), che mira a porre fine all’abuso di monopolio, e del Digital Service Act (DSA), che riguarda la libertà di espressione e l’esposizione degli algoritmi utilizzati dalle piattaforme, due provvedimenti legislativi volti a ridimensionare parecchio la condotta di Big Tech. Se è vero che le bozze devono ancora passare all’esame del Parlamento e dei 27 membri dell’Unione europea con i tempi che conosciamo e un esito invece incerto, per le piattaforme e i social dominanti l’attacco concentrico degli antitrust occidentali è ben peggio della pandemia che conosciamo.
Il DMA in particolare, se dovesse venire approvato, imporrebbe ai Big Tech, che oggi si muovono in un territorio selvaggio e senza regole, un serio ridimensionamento e pesanti multe. Alle compagnie con più di 45 milioni di users e una capitalizzazione di mercato superiore a 65 miliardi di dollari (i cosiddetti gatekeepers) verrebbe chiesto di condividere i loro giganteschi database e le violazioni comporterebbero multe fino al 10% del fatturato annuo. Nel caso di violazioni reiterate l’Ue si riserverebbe il diritto di obbligarle a una scissione e alla cessione di aziende o marchi a terzi.
In questa battaglia contro i monopoli digitali, Emmanuel Macron è stato determinante in quanto sostenitore dello sviluppo di un settore in Europa che sia in grado di competere con quello delle altre potenze mondiali. “Se guardiamo la situazione, abbiamo GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) negli Stati Uniti, BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) in Cina e soltanto il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) in Europa”, ha detto recentemente il presidente francese.
“L’attivismo europeo contro i big tech ha una natura ben diversa rispetto alle denunce dell’antitrust Usa poiché gli interessi economici sono diversi. Le vicende tra i due lati dell’Atlantico, tuttavia, si intrecciano tra loro", è il commento di Rocco Probo, analista di Consultique SCF. Che spiega: "La spinta protezionistica europea nei confronti delle big tech ha origine dichiarata e palese dalle ambizioni francesi di riuscire a difendere più efficacemente i player europei, tipicamente piccole e medie imprese in fase di sviluppo delle loro attività”. Ciò che si prevede dai due regolamenti Ue è infatti applicare una differente regolamentazione per le imprese digitali in base alle dimensioni delle stesse, con misure più restrittive per le più grandi, tipicamente statunitensi, e meno restrittive per le più piccole, che sono per lo più europee. “Tale piano, tuttavia, non mette tutti d’accordo nel Vecchio Continente, con la Germania che spera di mediare e trovare una soluzione transatlantica, considerata la maggiore disponibilità da parte della futura Amministrazione Biden”, spiega Probo. Che conclude: “Non c’è dubbio che i Big Tech preferirebbero questa seconda soluzione e sicuramente si adopereranno attraverso un’intensa attività di lobbying per salvaguardare i propri interessi”.

 

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