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Twitter censura Trump. Per evitare la revisione della Section 230

19/01/2021

Twitter censura Trump. Per evitare la revisione della Section 230

TWITTER CENSURA TRUMP. PER EVITARE LA REVISIONE DELLA SECTION 230


Menon (Consultique SCF), “Twitter censura Trump. Per evitare la revisione della Section 230”

Secondo l’analista, la società di Jack Dorsey, ma anche Facebook, Google e Amazon, sono state costrette a mostrarsi severe nei confronti del presidente Usa per evitare una nuova regolamentazione che potrebbe includere un obbligo legale di controllo e rimozione dei contenuti di odio per le piattaforme. Il titolo ha perso quasi il 14% in quattro sedute
Le purga di Twitter, che ha bannato il presidente uscente Donald Trump e sospeso o limitato una parte dei suoi follower, non è piaciuta ad Angela Merkel, che si è espressa in modo chiaro: “La censura di Trump è problematica, e non deve essere un manager a decidere”, ha detto due giorni fa la cancelliera tedesca. La Francia ha parlato per bocca del ministro dell’economia Bruno Le Maire: “Ciò che mi sciocca è che sia Twitter a decidere di chiudere il profilo di Trump. La regolamentazione dei colossi del web non può avvenire attraverso la stessa oligarchia digitale". Anche il mercato si è pronunciato regalando a Twitter una settimana decisamente negativa: dopo la chiusura definitiva dell’account di Trump (scelta poi presa da altre piattaforme) il 6 gennaio, l’azione ha perso quasi il 14% in quattro sedute, e un destino analogo è toccato a Facebook.
Ma quanto vale esattamente il ban (ovvero il blocco dell’account) di Donald Trump per la società di Jack Dorsey? Come spiega Piermattia Menon, analista, Ufficio Studi e Ricerche di Consultique SCF, è difficile fare un calcolo affidabile, ma sicuramente non è una cifra trascurabile. Con quasi 89 milioni di follower, quello di Trump era il sesto account più seguito (il primo è quello di Barack Obama con 128 milioni di follower), ma generava un engagement (o coinvolgimento) elevatissimo dato il numero esorbitante di tweet, commenti e retweet. “Inoltre – spiega Menon - la piattaforma Twitter, per le sue caratteristiche, è molto legata all’hype della politica, soprattutto da quando il presidente l’ha utilizzata per veicolare temi e contenuti sostanzialmente rigettati dai media tradizionali, perché non superavano il fact checking o perché ritenuti troppo estremisti”. E anche se le statistiche di utilizzo della piattaforma individuano una netta prevalenza di pubblico a inclinazione democratica, secondo Menon la base elettorale di Trump potrebbe decidere di lasciare il social o comunque di diminuire nettamente l’interazione con pesanti conseguenze sui ricavi di Twitter.
Ma davvero le Big Tech sono disposte a perdere utenti, e quindi denaro, in nome della loro policy? Qual è in realtà la posta in gioco? Quest'ultima sarebbe niente meno che la regolamentazione del settore, e nello specifico della sezione 230, un piccolo paragrafo di una legge del 1996 che di fatto libera i siti web da ogni responsabilità legale circa le affermazioni e i materiali pubblicati sulle loro pagine dai loro utenti. “Twitter, ma anche Facebook, Google e Amazon sono state sostanzialmente costrette a mostrarsi severe nei confronti di Trump per evitare di offrire il fianco a una revisione netta della sezione 230 con la previsione di un obbligo legale di controllo e rimozione dei contenuti d’odio”, afferma Menon.
Twitter in particolare, secondo l’analista, non sarebbe attrezzata per procedere a controlli massivi di questo genere, e i costi di implementazione potrebbero essere notevoli. Sul piatto, insomma, ci sono le perdite attuali e quelle future, che potrebbero essere infinitamente superiori. “Probabilmente i democratici vorranno comunque procedere alla revisione della sezione 230, ma almeno i social potranno mettersi al tavolo delle trattative mostrando una (forse tardiva) buona volontà”, conclude Menon.


 

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