23/10/2021

La finanza accetta bitcoin o lo ingabbia con l'Etf?

LA FINANZA ACCETTA BITCOIN O LO INGABBIA CON L'ETF?

Il lancio del primo attesissimo fondo indice sulla regina delle cripto è il segnale che la Sec ha sdoganato l'asset class. O forse no: lo strumento prende posizione sui future legati a bitcoin e non su bitcoin, a costo di inefficienze che lo rendono quasi un nonsenso. E allora perché il mercato è euforico?

Le risposte di Luca Mainò (Consultique)

Nuovo record di bitcoin ben sopra i 65mila dollari, sollecitato dal lancio del primo Etf Usa sull'asset. Una notizia che è importante perché squarcia il velo di diffidenza istituzionale intorno all'asset class – dopo anni di tentativi e bocciature da parte della Sec - e la fa entrare nell'alveo della finanza tradizionale. Ma controverso, se si guarda alla struttura dello strumento e alle inefficienze che produce per l'investitore.
Il prodotto si chiama ProShares Bitcoin Strategy e arriva buon ultimo dopo una serie di molti altri fondi indice, europei e canadesi, sulle cripto. “Per essere autorizzato come fondo, l'Etf investe tramite contratti derivati e non tramite investimento diretto nella criptovaluta – spiega a We Wealth Luca Mainò, founder & managing partner di Consultique Scf Spa nonché vicepresidente di AssoScf- In particolare, l'Etf investe nel future con la prima scadenza disponibile e questo significa che ogni ultimo venerdì del mese deve effettuare la vendita del contratto in essere e acquistare il contratto con scadenza successiva. Al momento in cui scriviamo il contango della curva implica una perdita di circa l'1% ad ogni rolling, generando inefficienze”.

Detto altrimenti, Bitcoin Strategy non riesce davvero a replicare la performance del sottostante in quanto i contratti che acquista in cambio di quelli in scadenza sono generalmente più costosi di questi ultimi. Il rinnovo riduce il rendimento fino al 5-10%. A tutto ciò va aggiunta la commissione dell'1%.

Perché la Sec approva un Etf sui future e non su bitcoin?
Insomma, quasi un nonsenso: gli Etf nascono e convengono in quanto consentono di replicare in maniera semplice ed economica la performance di un mercato complesso. In questo caso avviene l'opposto.

E allora, le domande sorgono spontanee: la prima, perché la Sec ha approvato questo strumento e non un semplice etf su bitcoin? La risposta più convincente potrebbe essere quella di Ft, che conclude che questo etf, come tutti quelli della famiglia cripto, farebbe bene a non esistere affatto. Probabilmente la ragione è che i futures su bitcoin, al contrario di bitcoin “vengono creati e scambiati all'interno dei confini nazionali, sotto l'occhio vigile della Commodity Futures Trading Commission, nell'eccezionale città americana di Chicago”. Insomma, sarebbe una questione di familiarità con la materia e null'altro. E allora perché tutta questa euforia?

Perché tutta questa euforia?
Perché, risponde Mainò, “l'approvazione di un etf sul Bitcoin è una buona notizia dal punto di vista dell'accettazione delle cripto come nuova asset-class e della necessità delle autorità di vigilanza di regolarne l'accesso senza vietarlo o sconsigliarlo”. Cosa che oggi avviene regolarmente.

Ciò detto, per il mercato dei bitcoin lo sblocco da parte della Sec è una buona notizia, “perché fa aumentare la domanda e quindi il prezzo e inoltre riduce il rischio percepito: un regulator autorevole lo ha considerato sufficientemente affidabile per basare su di esso un prodotto finanziario regolamentato. E anche per i clienti può avere alcuni vantaggi, in particolare legati alla facilità di acquisto o, diremmo, alla maggior confidenza perché si tratta di un'operazione che sono abituati a compiere quando fanno tradizionali acquisti di titoli. Pertanto, si rivolge a un pubblico diverso dagli attuali detentori di cripto. Ed esiste semplicità e chiarezza in merito al trattamento fiscale”.

Perché un investitore dovrebbe comprare un etf in cripto (anziché la cripto stessa)?
Ma anche questa chiarezza potrebbe portare a un'inefficienza per il portafoglio. Per un investitore italiano, per esempio, le plusvalenze eventualmente ottenute investendo direttamente in cripto non obbligano al pagamento delle imposte sui rendimenti al 26% - perché non esiste una legge che lo imponga, ma solo una risposta delle Agenzie delle Entrate che i fiscalisti e la Cassazione non ritengono sufficiente a determinare il pagamento delle tasse. Tasse che invece sono senza dubbio dovute se la plusvalenza deriva dall'investimento in uno strumento finanziario tradizionale come l'Etf. E allora quali sono i vantaggi per chi investe? “L'investimento tramite strumenti finanziari consente l'accesso nell'ambito di prodotti regolati e monitorati, evitando qualsiasi incertezza regolamentare – aggiunge Mainò – L'Etf in oggetto però non è armonizzato Ue; quindi, i redditi derivanti devono essere portati in dichiarazione in quanto l'intermediario italiano non può agire da sostituto d'imposta. Per questo non ha particolare senso utilizzare questo strumento in luogo degli Etc già quotati in Europa”.

E per l'investitore europeo, meglio gli Etc (o direttamente l'asset)
Non vi è motivo particolare per l'investitore europeo di rivolgersi a questo Etf piuttosto che agli Etc attualmente quotati. “In Europa sono presenti numerosi Etc con replica fisica (il collaterale è la cryptovaluta) che non hanno problemi di inefficienze e non hanno problemi fiscali (le plusvalenze generate possono compensare le minusvalenze su altri strumenti). Gli Etc non sono fondi, ma titoli di debito, questo significa che il patrimonio non è separato e bisogna quindi anche considerare il rischio emittente”, spiega. Mainò, che ritiene molto valido anche l'investimento diretto in criptovalute, “anche se si presta a problemi di tipo regolamentare e di valutazione degli Exchange dove si fanno le operazioni; quindi, riteniamo che il mondo della finanza continuerà a spingere per l'investimento indiretto”.

Laura Magna

https://www.we-wealth.com/news/fintech/criptovalute/la-finanza-accetta-bitcoin-o-lo-ingabbia-con-letf?