A cura dell’Ufcio Studi e Ricerche di Consultique SCF
La crisi energetica alimentata dal conflitto sta ridefinendo le metriche di valutazione dei titoli azionari e l’allocazione tattica tramite Etf settoriali
Consultique SCF è la società leader in Italia nell’analisi e consulenza finanziaria indipendente. Fondata da Cesare Armellini, Giuseppe Romano e Luca Mainò nel 2001, ha come mission la diffusione della consulenza finanziaria indipendente presso gli investitori italiani. Con oltre 20 anni di esperienza, Consultique SCF fornisce consulenza finanziaria indipendente a clienti privati, aziende e istituzioni, e offre assistenza in via continuativa a oltre l’80% dei professionisti (CFA) e delle società di consulenza finanziaria (SCF) iscritte all’Albo OCF e operative sul territorio italiano. Dal 2004, Consultique è il principale fornitore di analisi per il Sole 24 Ore, con pubblicazione settimanale e mensile di articoli e rating di Etf e fondi pensione.
Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno preso avvio sabato 28 febbraio con un’operazione militare congiunta da parte degli Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari, civili e politici dell’Iran. Durante i bombardamenti è rimasto ucciso Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran, insieme ad alcuni membri della famiglia e importanti figure militari. In risposta all’attacco, l’Iran ha lanciato un’operazione di rappresaglia nel Medio Oriente e a Cipro colpendo principalmente obiettivi militari americani, ma non solo. Questo conflitto geopolitico ha alimentato il panico per una crisi petrolifera che ha spinto il prezzo del petrolio a quasi 120 dollari al barile nel corso della giornata di lunedì 9 marzo, poiché lo stretto di Hormuz, presidiato dall’Iran, è il passaggio obbligato di circa un quinto di tutto il petrolio prodotto. Il traffico in questa regione si è praticamente fermato quando è iniziata la guerra con Paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, che in alcuni casi hanno addirittura interrotto la produzione del greggio. Come anticipato, lunedì 9 marzo il prezzo del Brent è balzato di oltre il 25% nei mercati asiatici, toccando i 119,50 dollari al barile, prima di scendere sotto i 90 dollari dopo che Trump ha dichiarato: “la guerra è praticamente conclusa”. La domanda che tutti ora si pongono è: quanto durerà questo conflitto?
Secondo Ninety One a lungo queste tensioni continueranno più nervosi i mercati petroliferi. Non solo il petrolio è stato vittima delle tensioni geopolitiche, i prezzi del gas infatti sono quasi raddoppiati rispetto a prima dell’inizio della guerra, sebbene rimangano ben sotto il picco registrato nel 2022 con lo scoppio della guerra in Ucraina. Questa situazione potrebbe dunque portare nel breve termine a un’impennata dell’inflazione, con conseguenze negative per gli Stati che speravano in una riduzione della stretta monetaria e un abbassamento dei tassi d’interesse.
Secondo il Peterson Institute for International Economics, il mondo si sta rendendo conto che questa situazione sembra destinata a non esaurirsi nel breve termine, affermando che gli obiettivi degli Stati Uniti sembrano diventati sempre più irrealistici. La tensione negli Stati Uniti sta crescendo, con i democratici che chiedono all’Amministrazione Trump di interrompere la deroga alle sanzioni che consente alle raffinerie indiane di acquistare petrolio russo. Dopo l’emissione della deroga, infatti, è emerso che la Russia starebbe aiutando l’Iran a colpire navi, aerei e basi statunitensi nella regione. Quindi, oltre a concedere alla Russia di trarre profitto dalle riserve petrolifere precedentemente limitate dalle sanzioni, gli stessi profitti stanno sostenendo gli sforzi russi per danneggiare le truppe statunitensi e la stessa intelligence americana. Le nazioni del G7 hanno dichiarato di essere pronte ad adottare tutte le misure necessarie per sostenere l’approvvigionamento energetico globale, dopo che la guerra tra Stati Uniti e Israele e Iran ha fatto impennare i prezzi del petrolio. Lunedì 9 marzo il prezzo del petrolio ha reagito dopo che il G7 stava discutendo un rilascio strategico delle riserve. Nella storia si sono verificati solo cinque rilasci di scorte strategiche, tuttavia, nessuno di questi è stato in grado di incidere in modo significativo sulla crisi.
Secondo Morgan Stanley, le prove sono nettamente in contrasto con la convinzione che il rilascio delle scorte possa portare a un abbassamento dei prezzi; anzi, molto spesso salgono per via dello stress e della gravità del momento. Attualmente i membri dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia) detengono complessivamente circa 1,2 miliardi di barili di scorte pubbliche di emergenza, oltre a una significativa quantità di scorte industriali. Nel grafico 1 (vedi pag. 50) sono evidenziati il numero di giorni in cui un Paese potrebbe sostenere il proprio fabbisogno di petrolio solo grazie alle scorte, in assenza di importazioni.
Tipicamente, durante i periodi di alta inflazione e tensione geopolitica, i titoli azionari legati alle risorse naturali sovraperformano altri segmenti, come si può osservare in tabella 1. In particolare, durante i periodi di alta inflazione, ovvero superiore al 3,3%, le azioni del settore risorse hanno realizzato performance annualizzate pari al 22,2%, con una percentuale di tempo in cui l’asset class genera un rendimento reale positivo in contesti di forte inflazione dell’80%. Oltre a questo, le aziende legate alle risorse naturali generano forti cash flow pari in media al 5,6% contro il 3,3% dell’Msci Acwi, con un dividend yield pari al 3,9% rispetto al 3,3% dell’indice globale. Infine, le azioni del settore risorse naturali presentano metriche di valutazione molto più attraenti rispetto a quelle dell’Msci Acwi, con un EV/Ebitda pari a 8 contro 15,4.
L’esposizione a questi strumenti offre poi una diversificazione in un contesto ormai caratterizzato da grosse concentrazioni negli indici globali di poche imprese tecnologiche, che tipicamente soffrono in periodi di alta inflazione. In contesto attuale è in totale divenire, pertanto il quadro macroeconomico potrebbe sensibilmente modificarsi, anche nel breve termine. In tabella 2 è riportata una selezione di Etf quotati su Borsa Italiana che investono in settori legati all’energia, con focus globale, sull’Europa e sugli Stati Uniti.