Con l’investimento in unica soluzione il patrimonio finale è più alto rispetto a quello raggiunto con il piano d’accumulo che però nel decennio mostra un rendimento interno annuo superiore
Nella partita tra Pac e Pic un vincitore assoluto non c’è: dipende da due variabili, il tempo e il mercato. In sintesi, con l’investimento in unica soluzione il patrimonio finale è maggiore, con il piano d’accumulo la resa media annua del capitale è superiore. Due risultati solo in apparenza contraddittori, legati al tempo trascorso sul mercato e a quello che succede ai listini all’inizio.
Per analizzare nel dettaglio le due strategie, Plus24 le ha messe a confronto utilizzando un’elaborazione dell’Ufficio Studi di Consultique su due periodi di dieci anni, agosto 2006-luglio 2016 e agosto 2016-luglio 2026. Da una parte un Pac da 100 euro al mese per 120 mesi, dall’altra 12mila euro investiti subito. Stessa cifra complessiva, ma tempi di ingresso diversi.
Nell’elaborazione sono stati considerati due portafogli: uno con l’80% di azioni e il 20% di obbligazioni, l’altro con i pesi invertiti (80% bond e 20% equity). L’analisi utilizza indici Total Return in euro, senza costi e fiscalità. E qui il Pic vince in tutti e quattro i casi. Con il portafoglio all’80% azionario, tra agosto 2006 e luglio 2016 i 12mila euro investiti subito diventano 23.276 contro i 21.238 del Pac. Nel decennio successivo il divario sale a 32.310 euro contro 21.360 del piano d’accumulo. La musica non cambia con il portafoglio più prudente. Con l’80% di obbligazioni, nel primo decennio il Pic arriva a quota 21.211 euro contro 17.209 del Pac; nel secondo a 15.338 contro 13.702.
Il motivo è semplice: nel Pic tutto il capitale lavora dal primo giorno, nel Pac entra un po’ alla volta. Più capitale rimane investito e più a lungo, maggiori sono le possibilità di beneficiare della crescita dei listini.
«Considerando i risultati in termini assoluti, il Pic mostra una maggiore capacità di generare ricchezza – osserva Sebastiano Posenato, analista dell’Ufficio Studi di Consultique –. La ragione risiede nel fatto che l’intero capitale è stato investito sin dall’inizio del periodo e ha quindi beneficiato integralmente della successiva fase rialzista dei mercati».
Ma il capitale finale racconta solo una parte della storia. Nel Pac ogni rata entra in un momento diverso. Per tenerne conto bisogna guardare al tasso di rendimento interno annuo, il Tir, che misura la resa media annua del denaro considerando anche quando i versamenti sono stati effettuati.
Ed è qui che il risultato si ribalta. Nel portafoglio con l’80% di azioni, tra il 2006 e il 2016 il Pac registra un Tir del 10,1%, contro il 6,8% del Pic. Nel decennio successivo la distanza si riduce: 11,1% contro 10,4%. Anche con l’80% di obbligazioni il Pac rimane davanti: 7% contro 5,8% nel primo periodo e 2,6% contro 2,5% nel secondo.
Come può allora il Pic lasciare più soldi alla fine e il Pac avere un rendimento interno superiore? Perché si misurano due cose diverse. Il Pic beneficia di una massa di denaro maggiore investita fin dall’inizio. Il Pac sfrutta i diversi prezzi di acquisto. E qui conta soprattutto quello che fanno i mercati nei primi anni.
Il decennio 2006-2016 attraversa in pieno la crisi finanziaria del 2008. Chi aveva investito l’intera somma si è trovato esposto con tutto il capitale alla discesa. Chi procedeva con un Pac ha invece continuato a comprare mentre le quotazioni scendevano.
«Nel periodo 2006-2016 i mercati finanziari hanno attraversato una delle fasi più turbolente degli ultimi decenni, culminata con la crisi finanziaria del 2008 – spiega Posenato –. Analizzando il portafoglio composto per l’80% da azioni, tale andamento si è rivelato particolarmente favorevole alla strategia di investimento tramite Piano di Accumulo. I versamenti periodici hanno consentito all’investitore di acquistare quote a prezzi progressivamente più bassi durante la fase di ribasso, beneficiando successivamente del recupero dei mercati».
È il meccanismo che può favorire il Pac: quando le quotazioni scendono, con la stessa rata si comprano più quote. Se il mercato recupera, quegli acquisti a prezzi più bassi aiutano la resa del capitale. Ma vale anche il contrario: se i mercati salgono fin dall’inizio, il Pic parte avvantaggiato perché ha già tutti i soldi investiti.
Il confronto tra i due decenni lo mostra bene. Nel primo, segnato dalla crisi del 2008, sul portafoglio azionario il vantaggio del Pac in termini di Tir supera i tre punti percentuali l’anno. Nel secondo si riduce a sette decimi, mentre il vantaggio del Pic sul capitale finale sfiora gli 11mila euro.
C’è poi il percorso. Nel Pic tutto il capitale è esposto alle oscillazioni dal primo giorno. Nel Pac l’esposizione cresce gradualmente e anche l’impatto di un eventuale ribasso iniziale viene diluito. «Il Pac evidenzia infatti un andamento molto più regolare e meno esposto alle oscillazioni di mercato – sottolinea Posenato – poiché l’investimento graduale riduce l’impatto di eventuali errori di timing e attenua la volatilità del controvalore complessivo durante la fase di accumulo».
Alla fine la sfida resta aperta. Il Pic vince sul capitale finale perché mette subito al lavoro tutta la somma. Il Pac fa meglio sul rendimento interno annuo perché distribuisce gli ingressi su prezzi diversi. Il primo sfrutta il tempo, il secondo la gradualità. E quello che succede ai mercati, soprattutto all’inizio, fa la differenza .
24/08/2026