22/04/2022

Plus24 | Previdenza: se il TFR diventa un'asticella insuperabile

 

L’ETERNO RIVALE

Un riferimento praticamente impossibile da battere e un onere sempre più difficile da sostenere per le aziende che devono rivalutare la liquidazione dei loro dipendenti che hanno scelto di mantenere in azienda l’indennità di fine rapporto. Il Tfr, spesso utilizzato come valore di riferimento per valutare la scelte di investimento nei fondi pensione, diventa un elemento critico in questa fase. L’inflazione sta impazzendo e con essa sta salendo rapidamente anche l’indice di rivalutazione del Tfr che, come è noto, viene calcolato in misura pari al 75% dell’inflazione (indice Foi di famiglie e imprese) a cui va aggiunto l’1,5% fisso.
Una gioia, almeno temporanea, per chi ha deciso di lasciare il Tfr in azienda e un onere per i datori di lavoro che si trovano, tra l’altro, in un contesto dove la liquidità in banca non viene remunerata (anzi talvolta viene addirittura tassata dalle banche), mentre le rivalutazioni della liquidazione dei loro dipendenti lievita: nel primo trimestre 2022 secondo i calcoli di Consultique siamo già in zona 3,13% (2,5% al netto della tassazione).
Anche per questo a qualcuno pare un po’ fuori luogo, in questo periodo storico, che i sindacati premano su un altro semestre di silenzio assenso, per la destinazione del trattamento di fine rapporto.
Certo, i conti con la rivalutazione del Tfr vanno fatti nel lungo periodo e, stando alle analisi storiche effettuate anche dalla Covip (ferme però a fine dello scorso anno) nel decennio 2012-2021 il rendimento annuo “composto” delle forme di previdenza integrativa, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, è stato pari al 4,1% per i fondi negoziali, al 4,6% per quelli aperti, al 5% per i Pip e al 2,2% per le gestioni di ramo I, mentre la rivalutazione del Tfr - con l’inflazione contenuta sempre sotto il 2% - risultava pari all’1,9% nello stesso periodo.
Bisogna però poi tenere in considerazione la tassazione. Sulla rivalutazione del Tfr pesa un’imposta del 17% (contro il 20% previsto per le forme di previdenza complementare sui risultati annuali), poi però al momento dell’incasso della liquidazione il Tfr viene tassato in base all’aliquota media che il lavoratore ha subito negli ultimi 5 anni ai fini della tassazione Irpef (in media pesa tra il 25% e il 30%). Decisamente più leggero è il Fisco quando il Tfr viene usato per alimentare i fondi pensione o i Pip. In questo caso, alla scadenza, su capitale e rendita della previdenza complementare si sconta un’imposta sostitutiva calcolata con un’aliquota del 15%, che si riduce dello 0,3% per ogni anno di partecipazione a forme pensionistiche successivo al 15°, con uno sconto massimo del 6% e un’aliquota minima dunque del 9%.
Quel che è certo è che in un tale contesto pare vicina revisione l’obiettivo delle linee garantite destinate ad accogliere i flussi di Tfr conferiti tacitamente e la cui gestione è volta a realizzare un rendimento comparabile con il tasso di rivalutazione del Tfr stesso. E garantendo anche il capitale investito: una “mission impossible” allo stato attuale.

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